Castigo e Sollievo

Sono questi i due termini che mi sento di usare dopo la lettura del discorso programmatico del nuovo premier, Mario Monti. Da una parte mi sento in castigo come uomo che tenta di fare politica: il governo tecnico è una rinuncia, formale e sostanziale, della politica intesa come bene comune. In sintesi: ci vuole un amministratore delegato e non un capo del governo per prendere i provvedimenti giusti. Questa è la dura ma palese realtà. Realtà dovuta a una concreta esasperazione del clima politico negli ultimi tempi che ha portato anche i politici nell’impossibilità di agire e prendere delle decisioni concrete per il bene del Paese. L’importanza data al “non perdere il potere” è più alta dell’interesse generale “per il bene del Paese”. E questa colpa non è addossabile solo ai politici, ma anche ai cittadini. Lo vedo anche io nel mio piccolo: la pressione della stampa, i social network che impazziscono di profeti improvvisati che non capiscono nulla di amministrazione (categorie: mamme isteriche, papà apprensivi, filosofi del nulla e via discorrendo…), l’eterna lotta manichea (e inesistente) paventata dalla solita parte politica tra “poteri forti” e “poteri deboli”. Viviamo in una società non più disposta all’ascolto ma che sente e basta. Nel piccolo poi è più facile resistere alle pressioni e andare avanti per la propria strada ottenendo risultati (cfr. Palestra), ma comunque è difficile.

 

Mi fa piacere che Monti, nel suo discorso programmatico al Senato, abbia parlato di “difetto di governance” da parte dell’Unione Europea che è quanto anche io ho sostenuto recentemente in dibattiti pubblici e articoli: non può esistere un Super Stato quale è l’Unione Europea con una governance monetaria e non politica. Altrimenti prima o poi l’economia si sostituisce alla politica, gli interessi economici alle elezioni e gli azionisti agli eletti. Questo mi fa dire che il mio rettore, oggi ministro, mi ha insegnato bene le cose.

 

Ho anche però un sollievo. Innanzitutto per il tono di voce di Monti: mi sono visto tutto il discorso e non ha urlato, non ha raccontato un’Italia che non esiste, non ha promesso effetti speciali o magie, non ha venduto per l’ennesima volta la mortadella o il tappeto dentro a una televendita. Con franchezza e fermezza ha parlato di “sacrifici” ma, soprattutto, ha parlato di “riconciliazione tra politica, istituzione e cittadini”. E questo serve. Eccome se serve. Ho apprezzato che non si parli più di escort, veline, case a Montecarlo, garanzie ai super-ricchi, diritti sindacali, milioni di posti di lavoro. Si è parlato di “aumento del coinvolgimento dei capitali privati nella realizzazione di infrastrutture” (che qualcuno a Uboldo, dove è già stato fatto per la palestra, ha bollato come ”non fare politica”…che povertà!), si è parlato di “disciplina veramente universale” nei nuovi rapporti di lavoro (e non il casino che c’è adesso!) e festeggia penso il mio amico Agostino per le parole “ridurre gli oneri ed il rischio associato alle procedure amministrative”.

 

Fine del cinema dei federalismi sulla carta che poi non esistono nella realtà, dei celodurismi, dei diti medi, delle pernacchie, dei “patti della crostata”. Ma fine anche di “Repubblica” che adesso non so come farà a campare, del refrain bersaniano “questo Governo deve andare a casa” detto con la solita aria da sfigato, della “sobrietà” intesa come sciatteria.

 

Per concludere vi lascio una frase che mi ha molto colpito per la sua semplicità ma anche per la bellezza: “L’Italia ha bisogno di investire sui suoi talenti; deve essere lei orgogliosa dei suoi talenti e non trasformarsi in un’entità di cui i suoi talenti non sempre sono orgogliosi.”

 

Che questo periodo sia l’occasione per fare piazza pulita dei “politicanti” dando spazio ai talenti della politica che governino l’Italia del futuro.

 

Quegli stessi talenti che, fino a pochi giorni fa, magari non erano proprio orgogliosi di rappresentare quell’Italia e che oggi fanno un piccolo sospiro di sollievo. 

 

Viva l’Italia!

Lorenzo

Scrivi commento

Commenti: 0