L'Italia e gli Italiani

L’ultimo monito del nostro Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha toccato un tema delicato quanto spinoso: l’italianità di chi nasce qui e l’italianità degli immigrati da altri paesi. Questo tema è stato trattato anche qualche giorno fa durante l’interessante serata organizzata dal Circolo di Sinistra Ecologia e Libertà di Uboldo alla quale sono stato invitato a partecipare in veste di relatore sui temi di lavoro, crisi e, appunto, immigrazione.

 

Le parole del Presidente sono quindi l’ennesimo invito alla riflessione su questa tematica sulla quale mi permetto di argomentare qualche pensiero.

 

Partiamo con il dire che non ho nulla contro gli immigrati. Non sarò io il profeta dei “cannoni contro i barconi”. In un mondo globalizzato che unisce New York a Calcutta in un solo battito di clic sembra abbastanza ingenua o immatura la posizione di chi si vuol fare “padrone a casa propria” (salvo poi mantenere ben calde le sedie nella “Roma Ladrona”…). Mi sembrava una premessa necessaria.

 

Tuttavia mi sembra anche utile riflettere su come e in che modalità si assegnino le cittadinanze. Nulla togliendo al nostro Presidente mi sembra che l’abbia fatta un po’ troppo semplice, quasi meccanica per quello che si è potuto capire. A me piacerebbe invece andare più al nocciolo del problema, cioè la sfida culturale. Sposterei il baricentro della discussione dal “dare la cittadinanza” al fare in modo che la “cittadinanza” sia la fine di un percorso educativo che passi dalla conoscenza della lingua (almeno quello!) ma anche dalla conoscenza della cultura, della tradizione, della storia, e di un minimo di leggi.

 

Me ne rendo conto dalla “trincea” del Comune: se già sono i nostri cittadini ad avere problemi nell’affrontare la “macchina” burocratica voi immaginate quando questa si confronta con i cittadini stranieri che magari conoscono poco la nostra lingua e che non hanno alcuna idea di come approcciarsi al nostro sistema di leggi. Per non parlare delle situazioni che nascono nel grande calderone dei “servizi sociali”. Fuori dal buonismo e dall’opportunismo politico quello che si chiede è se davvero i cittadini con i quali noi condividiamo ogni giorno le scuole, i luoghi di lavoro e i luoghi pubblici, le attività del tempo libero siano o si sentano davvero italiani. Non può essere una formula matematica. E’ questo il motivo che mi spinge a sostenere l’esigenza e l’opportunità di riportare l’educazione civica nelle scuole come vera e propria materia di studio. Ripartire dall’educazione, dal conoscere la propria cultura per poter affrontare il confronto con chi viene da paesi stranieri. Perchè è dalle scuole, è proprio da lì che passano i cittadini del futuro. Italiani o stranieri, nativi o immigrati.

 

Per “fare”un cittadino non serve solo un foglio di carta o un timbro. Altrimenti rimarremo sempre al livello di chi sostiene un’immigrazione a parole senza i fatti, di chi apre le porte a qualsiasi cultura perchè fa tanto “cool” essere multietnici di questi periodi. E’ forse ora di cambiare rotta e fare in modo che sì, la nostra società sia più aperta ma che prima di conoscere altre culture conosca bene se stessa.

Lorenzo

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