"Chiunque porta nel cuore una cattedrale da costruire è già un vincitore"

Ripartiamo con tanti desideri nel cuore, con tante aspettative per questo anno sociale che si apre in queste ore.

Molte volte ho avuto la tentazione di farmi vivo con qualche pensierino anche durante questo mese, ma ho preferito godermi quanto di bello e di buono mi stava accadendo. Abbiamo assistito al solito teatrino, e la politica non ha mancato di dare il peggior spettacolo. Mentre la gente sta male e fa fatica a tirare la fine del mese, la maggior preoccupazione di chi siede a Roma sembra essere quella di salvarsi la cadrega ancora per un po’ e quindi sembra che oggi in Italia il vero e unico problema è la legge elettorale.

 

Io, dentro a tutto questo, ho cercato di recuperare un po’ di gusto nel senso di fare politica. Il gusto che un po’ avevo perso. Confesso di non averlo ritrovato del tutto, ma so una cosa: finchè potrò e ne avrò la possibilità, voglio servire al massimo dell’impegno i miei cittadini. Perchè ho ancora, nel cuore, delle “cattedrali da costruire”.

E se è così, voglio realizzarle. O almeno tentare. Perchè se non le avessi più o se mi accontentassi ”sarei già un vinto”.

 

Invece no, credo che di ”cattedrali” da costruire ce ne siano ancora tante, perchè tanti sono i desideri del cuore. E questo è il miglior augurio che mi sento di rivolgere a tutti voi, ai miei cittadini, a tutti quelli che passano da questo blog anche solo per la curiosità di sapere
che caspita abbia da dire.

Vi lascio con due ultimi pensieri. Il primo è a un ragazzo di 28 anni che si è messo davanti a una nazione intera dicendo: “non ce la facevo più.” A lui, ad Alex Schwazer, che non giustifico come atleta ma che provo a comprendere come uomo, auguro solo una cosa: che possa avere una, ne basta una, una cattedrale nel suo cuore per poter tornare a vincere nella vita.

 

E il secondo pensiero ve lo lascio sotto: è un riassunto di una testimonianza sentita venerdì scorso a Rimini. Sui giornali ne ho lette di ogni, tanti amici e tante persone con aria tra lo sfottò e l’accusa mi hanno detto: “Ma vai a Rimini?”. Ecco, io ci sono andato.

Ci sono andato perchè guardate, là di Formigoni e delle sue vacanze, di Regione Lombardia e della “cricca” penso sia interessata lo 0,2% degli 800 mila partecipanti da 40 diversi paesi. Ma a Rimini, al meeting, ci si imbatte tra una mostra e un panino, un caffè e una chiacchierata, in queste cose qua che vi chiedo la pazienza di leggere. Roba vera. Roba viva…”nel cuore, cattedrali da costuire”.

 

Lorenzo

LA VITA: ESIGENZA DI FELICITÀ
La durata di certe vite si conta in minuti, ma il loro valore è infinito

 

È Andrea Simoncini, docente di Diritto costituzionale all’Università di Firenze, a introdurre l’incontro “La vita: esigenza di felicità. Testimonianze”, nel quale ci prepariamo ad ascoltare la neonatologa Elvira Parravicini, assistente di Clinica pediatrica alla Columbia University di New York, e il professore di diritto Orlando Carter Snead,
direttore del Center for Ethics and Culture della Notredame University.
Simoncini interpella il pubblico: “Qual è il valore della vita umana? Oggi
l’idea prevalente è che il valore della vita sia misurabile. La misura di
valutazione della persona è la misura delle sue capacità. La nostra esperienza umana sente sufficiente questa definizione? L’esperienza umana dice che nessun uomo, al fondo, accetta di essere misurabile”.

 

Con Elvira Parravicini siamo condotti ad osservare il valore della vita nel momento del suo inizio. Lei è diventata neonatologa “per salvare la vita ai neonati in difficoltà”. Si adoperava nelle diagnosi prenatali per curare i piccoli feti, ove possibile, o per cure precoci alla loro nascita. Ma la mentalità iniziò a cambiare, le diagnosi prenatali non servivano più per aiutare nella cura bensì per eliminare i bambini in difficoltà. Così la neonatologa smise di andare alle riunioni tra colleghi dove si sentiva sempre più afflitta. Due anni dopo fu invitata a rientravi: “Questi
bambini soffrono, soffrirò con loro”, decise, e tornò. Presentavano quel giorno il caso di due mamme in attesa di bambini con gravi patologie. Le madri però non volevano abortire. L’equipe era nel panico. “Dissi: datele a me, facciamo comfort care. Non sapevo nemmeno quello che stavo dicendo”.

 

Sullo schermo appare una foto: una neonata minuscola che tiene in mano un dito della mamma che però è enorme, troppo grande per essere stretto, quindi la manina vi è posata delicatamente sopra. La bambina pesava appena 360 grammi, tornò a casa al raggiungimento dei tre chili di peso.


“La famiglia mi chiese se volevo essere la sua madrina di battesimo. Mi sentivo molto collegata al suo destino”. Rianimando un’altra piccola paziente, Simona, “ho capito che tutta la mia scienza non mi aiutava a farla stare in vita se non ci fosse stato un Altro. Essere medico significa usare tutto di sé in termini di professionalità per un Altro che decide le ore e i minuti”.

 

La comfort care non è stare fermi perché non c’è più niente da fare e limitarsi a consolare pazienti e genitori. “Non è vero che non c’è più niente da fare – sostiene – il neonato ha bisogno di essere accolto, tenuto caldo, non deve soffrire la sete e la fame, non deve sentire il dolore”.


Appare una foto: una mamma sorridente con in braccio una neonata e due bimbetti più grandi accanto, chiaramente i fratelli. Il più grande alza una mano in segno di esultanza, sorride trionfante; l’altro è completamente rapito dal nuovo arrivo. La cosa incredibile è che tutti sapevano che la piccolina sarebbe vissuta per poche ore. La ricercatrice racconta di una bimba che ha vissuto appena dodici ore. “Quando i genitori sono andati via ho detto: ‘Mi dispiace per la bambina’ e la mamma: ‘Non dica così. Noi siamo stati felici – ha usato la parola felici – insieme’”.
Al momento di spiegare ai genitori l’esito della diagnosi prenatale la Parravicini non dà opzioni come l’aborto, ma fa una proposta ragionevole, quella di un’assistenza terapeutica. “Chiedo: è un maschio, una femmina, avete deciso il nome? Così sentono che io lo aspetto e si scatena una competizione affettiva perché ci sono genitori che non concepiscono che ci sia qualcuno che ami il loro bambino più di loro stessi”.

 

Accadono casi sorprendenti, come quello di Alessandra: era nata di 800 grammi, un’infezione le aveva distrutto l’intestino.
I chirurghi avevano decretato: non c’è più niente da fare. Alessandra sorride dalle foto: il suo primo compleanno, lei che dà da mangiare alla propria bambola.

 

“Dico ai genitori: io seguo il tuo bambino, ci dirà lui dove andare. È bello che i genitori siano in pace e fieri che il loro bambino guidi i dottori. Percepisco l’abisso tra quello che vorrei fare e quello che posso fare. Il senso di impotenza va bene, perché lascia spazio al Mistero che interviene e chiarisce”. Le resta una domanda: perché questi bambini hanno una vita così breve e non possono godere di ciò che godiamo noi? “Non ho ancora trovato la risposta compiuta. Però un fatto mi ha chiarito molto. Una coppia di teenagers aspettava due gemelline siamesi. Erano unite al torace, inoperabili.
In sala parto c’era un’atmosfera bruttissima, gli ostetrici che si lamentavano, giudicando quel parto una pazzia, tutti con la macchina fotografica a riprendere il parto inusuale.

 

Nascono. Il padre mi chiede di tenerle in braccio. Vede che fanno dei sospiri e dice: ‘Il vostro papà è qua, non vi preoccupate’. Mi guardo intorno: la sala parto è completamente cambiata. Tutti piangono, si commuovono, vanno ad abbracciare questi genitori bambini, mettono via le macchine fotografiche. Chiedo al papà: ‘Vuole che le battezzi?’ Lui accetta, mi ringrazia, inizio da quella di destra, pronuncio il nome e il papà mi corregge: è l’altra! Erano gemelle siamesi identiche: lo sguardo di 1questo ragazzino è quello con cui Dio guarda ciascuno di noi, irripetibile. Il senso di ingiustizia c’è per la loro vita così breve, ma un Altro le ha volute: la loro breve comparsa in sala parto ha cambiato tutti”.

 

Per Elvira Parravicini la vita è data, e non saremo certo noi a deciderne la durata.

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