Articolo 18 e dintorni

Mi occupo di lavoro da un po' di anni. 

Ho avuto la fortuna di iniziare a lavorare in questo settore quando la crisi non c'era ancora e la disoccupazione era al 3%, cioè quella fisiologica che ricomprende chi non vuole lavorare o chi non è interessato a entrare nel mercato del lavoro.


Questa mattina, per esempio, ho fatto tre ore di coaching con dei ragazzi che da domani mattina cercheranno lavoro. E mi è venuta in mente l'assurda prova di forza messa in campo in questo momento sulle tutele ormai fuori tempo e fuori logica dell'articolo 18. Sentire che c'è ancora qualcuno che parla di Padrone (padrone, capite?) significa essere completamente fuori dal mondo e dalla realtà. Percepire ancora l'imprenditore come il male o come colui che "specula" dovrebbe farci rabbrividire. 

Da domani mattina quei ragazzi a cui ho parlato oggi cercheranno un posto di lavoro in un mercato che non li vuole perchè costano troppo, perchè assumerli significherebbe condannare il più delle volte l'azienda a un impegno semi-eterno e così via, perchè oggettivamente la scuola non li prepara a "saper fare qualcosa".

Questo accade a me, ai miei colleghi e a tutti coloro che si occupano del mio settore da almeno 6 anni a questa parte. 

I sindacati oggi dovrebbero dar risposta a queste persone che assistono impotenti a una discussione sulle tutele di alcuni mentre loro ne sono completamente esclusi e non toccati.


La discussione sull'articolo 18 oscura altri mali. 

Il "popolo delle Partite IVA" di cui nessuno parla mai e che non ha una che una tutela.

Gli imprenditori che sono strozzati da una imposizione fiscale, per dirla come mi ha detto un amico ieri, da "regime sovietico".

Gli stessi lavoratori, che vengono usati come marionette e pupazzi da chi li vuole portare in piazza in una giostra che ormai gioca al cannibalismo: io sto bene, degli altri chi se ne importa.

L'articolo 18 e la sua conseguente abolizione non è la panacea di tutti i mali, non smuoverà chissà cosa, ma è solo un primo piccolo passo in un settore che deve essere completamente riformato. 

La vera sfida comunque non è questa: la vera sfida è smettere di finanziare la disoccupazione e finanziare l'occupazione. Come fa la Germania, l'Inghilterra e altri paesi normali.

La vera sfida è cambiare il modello passando dalle Politiche Passive per il Lavoro alle Politiche Attive per il Lavoro. 

La vera sfida è dire che la "scolarizzazione forzata" è stata un errore perchè poi tocca a noi, tutor, coach, manager di questo settore distruggere troppo tardi i sogni di papà e mamme che non vedono altro che la laurea per il loro bambino o bambina. 

Torniamo a dire ai ragazzi che è dignitoso il lavoro manuale, che fare l'idraulico, l'elettricista, l'imbianchino, il panettiere, l'operaio è un lavoro con la L maiuscola perchè è questa gente, non i manager, che hanno fatto rialzare l'Italia nel dopo guerra.

L'anno scorso, tanto per citare l'esempio più eclatante che ho in mente, a un mio collega è accaduto che in un progetto fatto per "insegnare un lavoro" ai ragazzi una mamma (una mamma!) ha chiamato il mio collega che era il coordinatore di questo progetto per dirgli che suo figlio non poteva andare avanti a fare il pane perchè così "si limitava la sua vita sociale e perdeva gli amici". Eh già, il pane si fa di notte.

Se dicessimo queste cose dopo treminutitre avremmo in piazza anche i sindacati della scuola che dicono "non toccate la scuola", vero altro pozzo senza fondo di diritti e mai di doveri, miniera di costi e non di benefici.

Ecco perchè l'articolo 18 è solo il primo passo di un lungo, lunghissimo viaggio. 

Lorenzo

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